Come raccontai in precedenza, mio zio Oscar non accettò di entrare nel nuovo partito di regime e per questo fu perseguitato insieme ai famigliari. Due dei suoi fratelli, impiegati uno al Comune di Caneva e l’altro in un’azienda, furono licenziati e dovettero partire in cerca di fortuna. Mia nonna, ostetrica comunale, fu licenziata a 53 anni; dovette così lavorare in proprio, solo che essendo la gente del paese molto povera la ricompensava con verdure dell’orto. A Caneva arrivò una nuova ostetrica comunale. Per distinguerle venne in aiuto il dialetto locale: mia nonna veniva chiamata la comare vecia e la nuova ostetrica comare nova. In seguito la nonna si trasferì a Sacile in un piccolo appartamento in affitto. Mio nonno falegname, avendo frequentato la suola superiore, nel frattempo faceva il mediatore presso un conte di Sacile; a causa delle persecuzioni contro il figlio Oscar anche lui dovette abbandonare questo lavoro per non recar danno alla famiglia del conte. Prima di andarsene il conte disse che gli sarebbe rimasto amico in gran segreto e mantenne la promessa.
Lo zio Oscar e i suoi operai continuavano il tracciato della strada per il Gaiardin, ma un giorno vennero le guardie del regime a disturbare i lavori. Egli con tono risentito disse loro di lasciarlo lavorare in pace; ma loro lo presero e lo condussero in piazza. Su testimonianza di un uomo sposato, mio vicino di casa, tale Antonio, morto all’improvviso poco tempo fa, le guardie picchiarono mio zio, gli tirarono i peli della barba, lo ricoprirono di pece e gli fecero bere olio di ricino prima di portarlo via. I lavori della strada furono interrotti e mio zio fu imprigionato sull’isola di Lipari insieme ad altri detenuti oppositori del governo. Qui fece amicizia con un certo Franceschini di Roma, sposato e con una figlia di 14 anni, studentessa, di nome Annunziata, detta Tina. Ella un giorno di marzo si ammalò di broncopolmonite e morì; il padre, appresa la notizia, chiese il permesso di poterla accompagnare nell’ultimo viaggio che conduce al cimitero. Purtroppo non glielo permisero; dopo otto giorni di suppliche da parte dei parenti, il Franceschini poté visitare la tomba, che venne scoperchiata per poter salutare un’ultima volta l’amata figlia. Raccolse il suo diario e tra le preghiere ai Santi vi era scritto di quanto bene volesse al padre. In seguito il diario di Tina venne stampato e una copia venne regalata allo zio Oscar; anche la sottoscritta lo lesse ed era molto commovente. Dopo quattro anni di prigionia, mio zio riuscì ad uscire e di nascosto fece visita ai famigliari; le guardie del regime venivano spesso a mettere a soqquadro l’intera casa per scovarlo. Un giorno, uditi i loro passi, salì in camera e si salvò scappando dal balcone. Dopo varie peripezie decise di fuggire in Francia e andò a salutare la sorella, ovvero mia madre Enrichetta, la quale gli parlò di Dio; lui le disse: “tu hai una gran fede sorella, prega anche per me”.
Maria Venturelli


