Il perché
Perché “Storia e storie”? Non era sufficiente “Storia”? E le “Storie”? Non saranno mica le favole? Chiariamo subito: la storia di un paese, di una comunità, di solito è costituita di fatti veri, documentati, e di altri, più o meno inventati o elaborati da chi li ha tramandati oralmente nel tempo. Ne esce un insieme di notizie che contribuiscono a creare l’immagine del luogo e delle persone che lo abitano, contribuendo anche al formarsi, talvolta, di stereotipi non sempre giusti.
Tuttavia, chi fa ricerca storica non può non tener conto anche delle “storie”, ma lo deve fare distinguendo e fornendo le prove documentarie per i fatti storici e citando le fonti, per quanto possibile, per quelli di tradizione orale. Ecco il perché del titolo di questa rubrica: documentando e citando fonti orali, verranno riportate e commentate briciole di storia locale, di persone appartenenti a famiglie presenti a Sarone già nel XVI secolo.
I documenti dell'archivio
Il primo intervento è piuttosto corposo; la fortuna di aver trovato la composizione dell’assemblea dei capifamiglia di Sarone a metà ‘500, ha spinto a continuare la ricerca d’archivio, che ha dato e continua a dare i suoi frutti. E’ stata così recuperata una notevole quantità di piccoli fatti relativi a famiglie storiche saronesi in atti di compravendita, sentenze, patti matrimoniali, liste di dote, affitti, livelli, testamenti. I documenti sono quasi tutti scritti in latino; ma niente paura: li tradurremo in italiano.
Tutto questo ha permesso di riscoprire antichi toponimi e anche di far luce sull’origine di molti cognomi, con soddisfazione di alcuni interessati e con un po’ di delusione per chi magari accarezzava l’idea di discendere da principi, nobili, conti, duchi, condottieri… Dispiace, ma la storia vera si fa con i documenti. E poi mi domando: è meglio trovarsi nelle condizioni di nobili decaduti, un tempo famosi e ora comuni mortali, oppure avere degli antenati poveri, magari migranti, perseguitati e costretti a stabilirsi in zona per sopravvivere e ora… essere quello che siamo?
La maggiore documentazione d’archivio disponibile parte dal XVI secolo. Allora Sarone era abitata da diverse famiglie che ancora esistono, ma alcune vi giungevano proprio nei primi decenni del 1500: i capifamiglia erano degli artigiani provenienti da zone in cui erano diffuse certe attività come quella dei lapicidi, fabbri, spadai, ma soprattutto carbonai. E' il caso dei Santin, Manfè, Oria, Zoldan e poi Zaghet, Bessega, Valdevit, Facchin, Costa, Fullin, Bastianel…
Le terre, soprattutto quelle più fertili, in pianura, erano quasi tutte di proprietà di nobili, che abitavano nei centri vicini, ma avevano anche le residenze estive in territorio di Sarone; solo alcuni nomi: Spilimbergo, Savorgnan, Vando, Ovio, Carli, Gaiotti, Mazzarolli, Bellavitis…
Tasselli per un mosaico
Iniziamo con un bel patto dotale per il matrimonio avvenuto tra Caterina figlia del fu Guglielmo, inter dominam Catherinam filiam quondam Guielmi vacarii, e Battista figlio di Marco dalle Valli di Sarone, et Baptistam filium Marci a Vallibus de Seronis. Poi, a scadenza non prefissata, riporteremo ed analizzeremo altri tasselli, che formano il mosaico della storia di Sarone e della vita dei suoi abitanti del passato.
È il 28 gennaio 1562 e, in casa dei fratelli De Guièl (di Guglielmo, poi Viel), Battista, Marco e Pietro, che ancora convivono dopo la morte del padre, alla presenza del notaio Girolamo Farienti di Sacile, viene stipulato il patto dotale tra i tre e Bartolomeo dalle Valli, fratello del padre dello sposo, Bartholameus a vallibus patruus Marci patris prefati sponsi, con il consenso dello stesso sposo.
Si premette che il matrimonio secondo il rito della Chiesa e l’imposizione dell’anello sono già avvenuti. Imposizione e non scambio: l’anello, infatti, era fatto infilare al dito della sola sposa ed era regalo dello sposo; insieme alla promessa verbale costituiva il suggello del matrimonio.
Il valore della dote ammonta a 209 lire e 8 soldi piccoli; lo sposo si dichiara soddisfatto e la prende in consegna con l’impegno di mantenerla integra e di restituirla ai fratelli, in caso di morte della sposa, senza figli; lo stesso dovranno fare i famigliari di lui, qualora egli dovesse morire prima di aver procreato dei figli. Tutto, comunque dovrà avvenire secondo le consuetudini del Friuli.
Nello stesso giorno, nello stesso luogo e alla presenza delle stesse persone, viene stipulato, come previsto dalle norme, un secondo atto con il quale la sposa si dichiara soddisfatta della dote ricevuta e rinuncia a qualsiasi altro diritto che le provenisse da parte di eredità sia paterna che materna e libera quindi i suoi fratelli da qualsiasi impegno nei suoi confronti.
Si riportano alcune voci della lista dotale a titolo di esemplificazione, non prima di aver sottolineato una serie di notizie interessanti sulle famiglie dei due sposi, che sono di tipo patriarcale, estese, cioè più nuclei convivono nella stessa casa, con i beni indivisi.
Uno dei tre fratelli maschi della sposa, Battista, è ancora celibe, anche se per poco, infatti esiste un patto simile a quello appena esaminato, datato 29 aprile 1562, stipulato per il suo matrimonio con Maria figlia di Bono Giovanni (Bongiovanni?) Pasini di Sarone. Egli si sottoscrive senza intermediari, quindi se ne deduce che egli ha più di 25 anni (maggiore età per allora) ed è anche il capofamiglia (in questo atto lo sposo viene prima citato come Baptista Guielmi e poi de Vielmo).
La famiglia della sposa Caterina è composta dunque di tre fratelli maschi più lei; il padre è morto e quindi sono i figli a provvedere alla dote della sorella. La famiglia dello sposo, invece, è in una situazione un po’ diversa, ma comunque particolare. Si tratta di una famiglia pure indivisa; nella stessa casa convivono due nuclei, quello di Marco e quello di Bartolomeo, non hanno cognome, ma sono indicati come provenienti da, a Vallibus, dalle Valli (Val). A sposarsi è Battista, figlio di Marco, e per lui agisce, nella stipula del contratto, su sua delega, lo zio Bartolomeo.
Anche il toponimo, nella forma latina a Vallibus pone la sua questione: quali “Valli”? La località Val, in Val e cioè, per intendersi, dopo il ristorante “La trota blu” o Le Val, a Fiaschetti, oltre il campo da tennis, dove un tempo c’erano una villa padronale, con chiesetta attigua e alcune case coloniche? Credo si trattasse delle prime.
Un lungo discorso meriterebbe di essere fatto sulla dote e sulle consuetudini ad essa legate: se ne riparlerà. Per questa volta ci limitiamo a riportare qualche voce tratta dall’elenco dei beni mobili (vestiario e biancheria con relativo contenitore). La lista si apre, come di consueto, con Uno coffano con la serradura; uno letto con uno cavezalle et dui cussini con le sue covertelle et uno paro de lenzuoli. Sono gli oggetti di maggior valore. Per letto è da intendersi pagliericcio, materasso, poiché il letto come struttura spettava allo sposo procurarlo.
Seguono altre lenzuola, camicie, fazzoletti, una pelliccia, una cuffia… Ogni capo con riportato a fianco il rispettivo valore in lire, in tutto 209 e 8 soldi, comprendenti anche le 2 lire e 10 soldi consegnate in contanti. Sottoscrivono l’atto, oltre agli stipulanti, tre testimoni: Pietro del fu Bernardino Pipo di Caneva (ser Petrus quondam Bernardini Pipo de Canipa), Battista figlio di Paolo da Pradego (Baptista Pauli de Pradego) e Giovanni Domenico Caprioli di Sarone (Ioannes Dominicus Cariolo de Seronis).


