La via Cansiglio, oggi strada bella e spaziosa, un tempo fu via di lotte e sacrifici. Nel 1900 a causa della povertà molti abitanti furono costretti ad emigrare in cerca di fortuna in altri stati, anche oltre mare. Mio zio materno Oscar, ferroviere e creatore di una cooperativa a Sarone, pensò ci volesse una strada che conducesse al Cansiglio, essendovi all’epoca solo una semplice mulattiera. Andò da ricchi signori per parlare loro del suo progetto, i quali aderirono donandogli del denaro. Oscar assunse degli operai ed iniziarono così a tracciare la strada. I lavori procedevano bene, quando furono interrotti prima di giungere al Gaiardin dalle guardie di un regime dittatoriale del tempo, che mio zio non volle accettare. Fu perseguitato, maltrattato, imprigionato e così costretto ad espatriare in Francia. Combattè pure per la libertà della Spagna, ma venne ferito e dopo essere stato curato rientrò in Francia nelle fila dei Moquis. Anni dopo si venne a sapere che qualcuno aveva fatto la spia: mio zio venne arrestato, torturato, fucilato e poi sepolto in un piccolo cimitero sperduto della Francia. Apparì alla madre nell’inverno del 1941 per dirle che era stato ucciso e che gli facesse dire nove messe in suo suffragio da Don Antonio. Nel canevese il nome di mio zio non venne mai dimenticato, ma della costruzione della strada non se ne parlò più, finchè il Cansiglio non divenne zona operativa della divisione partigiana di Nino Nanetti. Se ne riparlò solo in inverno dell’importanza di una strada che avvicinasse le genti di due province, Pordenone e Belluno. I rastrellamenti, le imboscate, gli eccidi, gli eroismi ed i sacrifici di quei giorni sono scritti nel libro della storia; lo ricordano anche i monumenti sparsi qua e là sulle pendici del verde Cansiglio.
La seconda guerra mondiale ebbe fine il 25 aprile 1945; cominciò la ricostruzione e riemerse il progetto di Oscar Buffolo “La strada da Sarone al Cansiglio”. Tra i personaggi che si diedero da fare c’era un certo Goldino Soronzo (Goldin), partigiano convinto, ferroviere e buon anima a detta di tutti, il quale, con una grinta degna dell’epoca in cui era Comissario politico della Brigata Ciro Menotti, si guadagnò amicizie e simpatie sino a radunare in una mattinata ben 250 uomini, tra cui ex partigiani, che si presentarono con badili e picconi per rompere rocce e cercare di realizzare con tutte le loro forze il vecchio sogno di Oscar. Vi erano orari rigidi da osservare e tempi brevi da rispettare; nonostante agissero in piena violazione della legge e della burocrazia, la gente gli era vicina. Lavoravano senza paga e qualcuno li definiva matti. Presto la notizia rimbalzò sui giornali, tanto che taluni tentarono di specularci sopra. Ci furono scontri con le forze dell’ordine che non volevano proseguissero i lavori per la costruzione della strada. Si cercarono dei compromessi durante vivaci riunioni, ma dopo essere stato denunciato e messo al bando, il povero Goldin del Canevese, chiamato poi Goldin della strada, deluso da tutte queste maldicenze se ne tornò per protesta lassù sui monti e non volle mai più scendere a valle. I lavoratori, insieme alle persone che gli davano fiducia, si diedero coraggio e ripresero l’opera. Uno di loro rimaneva sempre di vedetta e avvisava i compagni dell’arrivo dei carabinieri fischiando come gli uccelli. Questi, dopo aver risposto a tono, si spostavano o si nascondevano dalle forze dell’ordine. Dopo un certo periodo le autorità scoprirono lo stratagemma e iniziarono a fare delle retate per scoprire questi matti, rendendo più difficile la realizzazione dell’opera. Le vicinanti Palmira ed Enrica parlarono di questo impedimento a mia madre; così il giorno seguente tutte e tre si recarono in montagna per attendere i gendarmi e dire loro che il lavoro sarebbe comunque continuato. Mia mamma Enrichetta, sprezzante del pericolo, attese il loro arrivo e gli andò incontro per chiedere il motivo di questo impedimento ai lavoratori, i quali nemmeno chiedevano una ricompensa per il duro impegno. Risposero che essendoci già una strada comoda e ben asfaltata che conduceva al Cansiglio dal Veneto, quella nuova ne avrebbe annullato l’utilità. Mia mamma rispose che entrambe le strade erano importanti, una per gli abitanti del Veneto e l’altra per i propri compaesani, il cui tracciato per di più già esisteva. Gli parlò poi di suo fratello Oscar, che aveva progettato questa strada a partire dal tracciato di una semplice mulattiera, interrotto però dal regime dittatoriale. Tornata in paese, disse di tener duro: i Carabinieri l’avevano ascoltata, ma probabilmente sarebbero ritornati poiché non del tutto convinti. Ad ogni modo era certa di poter vincere. I gendarmi tornarono una seconda volta e mia madre gli andò incontro decisa; in modo risoluto gli disse che la popolazione avrebbe lottato unita: avrebbero potuto ritardare, ma non fermare il progetto, poiché gli uomini avrebbero continuato con spirito e tenacia la costruzione della strada verso il Cansiglio. Da quel giorno non si fecero più vivi; i lavoratori poterono così proseguire indisturbati l’opera…
Maria Venturelli


